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La centrale di Civitavecchia: carbone che inquina, ma non per molto

Categorie Fonti fossili

La centrale termoelettrica di Torrevaldaliga, situata nel comune di Civitavecchia, ha una potenza totale installata di 1980 MW. Nell’impianto sono presenti tre gruppi a carbone, contenenti caldaie ipercritiche all’interno delle quali  avviene la combustione. I gas così generati acquisiscono il calore necessario alla generazione del vapore, che rappresenta il vettore energetico dell’intero processo.

La centrale di Civitavecchia e il processo di conversione

La centrale di Civitavecchia sfrutta la combustione del carbone per produrre energia elettrica attraverso turboalternatori a vapore. La potenzialità dell’impianto è in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di oltre 700 mila appartamenti. Questa capacità comporta un ingente utilizzo di combustibile fossile, che sfiora le 200 tonnellate orarie per ogni caldaia. L’impianto è infatti costituito da tre generatori, ciascuno avente una potenza di 660 MW.

La combustione del carbone produce dei gas e nel contempo rilascia calore. In questo modo, la potenza termochimica del carbone si trasferisce ai gas generati, i quali a loro volta lo trasmettono all’acqua facendole cambiare stato. Il vapore, una volta prodotto, raggiunge un turbomotore, costituito da più corpi, nei quali avviene la conversione da energia meccanica a energia elettrica. La condensazione ha poi bisogno di un refrigerante che, nel caso di Torrevaldaliga, è rappresentato proprio dal Mar Mediterraneo.

La combustione del carbone nella centrale di Civitavecchia

Il carbone è costituito da carbonio e idrogeno, oltre ad una certa percentuale di materiale inerte. La combustione avviene quando il carbone entra in contatto con una materia in grado di ossidarlo, cioè l’aria. Gli elementi costituenti il carbone reagiscono con l’ossigeno in essa contenuto, generando anidride carbonica e acqua.

Il contatto tra il combustibile e il comburente è fondamentale per la completezza della reazione. La parziale ossidazione potrebbe infatti provocare la formazione di monossido di carbonio, con i problemi di tossicità ad esso correlati. Nella centrale di Civitavecchia si è resa dunque necessaria la presenza di mulini, che polverizzano il carbone prima del suo ingresso in camera di combustione.

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L’impatto ambientale del carbone

Come detto, tra i prodotti di combustione del carbone troviamo l’anidride carbonica, gas responsabile dell’effetto serra. Il surriscaldamento globale che ne consegue rappresenta oggi uno dei più urgenti problemi da affrontare in relazione al cambiamento climatico.

La centrale di Civitavecchia è la seconda in Italia per emissioni di CO2, con una produzione annua di quasi 11 milioni di tonnellate (come indicato nel Decreto VIA n.680 del 2003). Inoltre, l’impianto sorge in un’area già fortemente impattata a livello di infrastrutture energetiche. Solo pochi km più a nord, a Montalto di Castro, è situata la centrale Alessandro Volta, sempre di proprietà ENEL.

La riconversione della centrale verso l’uscita dal carbone

Nel 2019 il ministero dello Sviluppo Economico e del Lavoro, in collaborazione con il ministero dell’Ambiente, ha presentato il Piano nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Il Pniec stabilisce, tra le altre cose, gli obiettivi nazionali sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica per il 2030. Una riduzione del 40% della CO2 prodotta, come indicato nel programma, comporta la totale decarbonizzazione degli impianti esistenti entro il 2025. Lo stop al carbone deve comunque passare attraverso l’uso di un altro combustibile fossile.

La riconversione della centrale di Civitavecchia, infatti, consisterà in una sostituzione delle unità di combustione del carbone con una nuova unità a gas, come proposto da ENEL. La decisione ha lasciato contrariata la politica del territorio, che sta avanzando un nuovo piano energetico che riguardi l’intera area e che dia più spazio all’utilizzo di fonti rinnovabili.

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