È già capitato al nostro network di affrontare il tema del Carbon Capture & Storage (CCS – oppure cattura e stoccaggio geologico dell’anidride carbonica). Trattasi di sistemi tecnologici innovativi che permettono di assorbire (prima), e trasportare e confinare in formazioni geologiche profonde (poi) l’anidride carbonica prodotta da qualsivoglia processo industriale.

Tuttavia è nostro grande piacere intervistare sul tema uno dei maggiori esperti europei: l’ingegner Sergio Persoglia. Già Direttore del Dipartimento di Geofisica della Litosfera e responsabile delle Collaborazioni Internazionali dell’OGS, nonché Network Manager e, adesso, Segretario Generale di CO2GeoNet, il Network Europeo di Eccellenza sul confinamento geologico della CO2.

Abbiamo cercato, grazie al suo aiuto, di capire un po’ di più sui sistemi CCS, sul loro sviluppo, progetti, e obiettivi futuri. Per ovvi motivi, l’intervista sarà divisa in due parti. 

Ringraziandola di aver accettato la nostra proposta di intervista, entreremmo subito nel merito, e le chiediamo: quali sono gli esempi di CCS nel mondo? Che tecnologia utilizzano per il trasporto e lo stoccaggio della CO2? e quanto ne possono stoccare in un anno?

Nel mondo sono operativi attualmente 18 grandi impianti che utilizzano le tecniche CCS, 5 altri sono in costruzione e 20 in varie fasi di realizzazione. La CO2 catturata viene trasportata sino ai siti di confinamento attraverso condotte e se ne sta progettando il trasporto anche tramite navi. Il confinamento avviene tramite pompaggio in strati geologici porosi e permeabili, profondi almeno 1.000 metri, sovrastati da rocce impermeabili alla CO2. Nel corso del 2018 sono state confinati 38 milioni di tonnellate di CO2. E si valuta che nel 2019 il valore crescerà a 41 milioni di tonnellate (1 milione di tonnellate di CO2 corrisponde alle emissioni annue di 200.000 automobili).

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Nella Brochure da Voi stampata tempo fa (era il 2010), avete scritto che in Europa sarebbero stati attivati “12 progetti dimostrativi su grande scala entro il 2015, al fine di consentire un diffuso utilizzo di tipo industriale delle tecnologie CCS entro il 2020”. A che punto siamo? Come si sta sviluppando il mercato europeo? 

Purtroppo l’Europa è rimasta indietro rispetto ad altri paesi quali Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Cina. I soli due progetti dimostrativi in essere sono Sleipner, avviato nel 1996 nel mare del Nord e Snohvit, operativo dal 2008 nel mare di Norvegia.

Negli anni altri progetti di dimensione media e grande sono stati progettati in Europa, ma nessuno di questi è stato poi realizzato essenzialmente per problemi economici. Negli ultimi due anni c’è un rinnovato interesse per le tecniche CCS, le uniche in grado di ridurre le emissioni di CO2 in impianti quali acciaierie e cementifici.

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I sistemi di CCS costruiti fino ad oggi da chi sono finanziati? Sono progetti sostenibili economicamente?

I progetti di larga taglia con più di mezzo milione di tonnellate di CO2 catturate e sequestrate ogni anno sono finanziati da compagnie private, talvolta grazie anche ad aiuti statali. La sostenibilità economica dipende dal motivo della cattura della CO2. Nei due progetti Europei è indispensabile separare la CO2 dal gas naturale estratto dal giacimento, perché altrimenti la sua presenza non ne permetterebbe la commercializzazione. Nei progetti negli Stati Uniti, la CO2 catturata è venduta per usarla nel recupero assistito di idrocarburi, consentendo di estrarre una maggior quantità di olio e di gas.

Quando lo scopo è solamente la riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, la cattura determina un costo che non viene ancora compensato dal meccanismo dei crediti di emissione (cioè quanto si percepisce per ogni tonnellata di CO2 “evitata”). Per questo in Europa si sta studiando come rivedere quest’ultimo meccanismo di incentivazione.

Qual è la sfida più grande per lo sviluppo di questa innovazione (economica, tecnologica, sociale…)? 

Le tecnologie CCS sono pronte ad essere utilizzate su larga scala, in quanto si sa ormai bene come selezionare le formazioni geologiche adatte al confinamento della CO2 e come monitorare i siti per garantirne la sicurezza. Riguardo i costi, occorre ridurre quelli per la cattura e compensarli con i profitti derivanti dall’utilizzo di parte almeno della CO2 catturata. La sfida più grande è quella di “far conoscere” le tecniche CCS perché, come verso ogni tecnologia nuova, vi è una forte diffidenza. Inoltre occorre che la gente sappia che i cambiamenti climatici non sono una invenzione. La posta in gioco riguarda il livello di vita dell’umanità tutta, e le tecniche CCS sono essenziali per ridurre le emissioni.

Se volete sapere di più sugli effetti ambientali, sull’idoneità dei siti di stoccaggio e sul network CO2GeoNet non perdete la seconda parte dell’intervista.