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Unione Europea: primi passi verso la carbon border tax

Categorie Ambiente

La Commissione per l’Ambiente del Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione per applicare una carbon border tax tassa ai prodotti importati nell’Unione Europea. Obiettivo dell’intervento è ampliare gli sforzi contro il cambiamento climatico e raggiungere condizioni di parità a livello mondiale. Questo comporterà dei vantaggi dal punto di vista ambientale, ma nuovi scenari e nuove sfide dal punto di vista economico e politico.

Perché una carbon border tax europea

L’UE prosegue da diversi anni gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici, attraverso una riduzione delle emissioni di gas serra. Il problema è che le emissioni provenienti dalle importazioni sono in aumento, ed occorre perciò un intervento più incisivo. Il 28 novembre 2019 il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Perciò tutte le proposte legislative devono essere coerenti con gli obiettivi degli Accordi di Parigi. E inoltre l’UE deve impegnarsi a raggiungere la neutralità climatica il prima possibile, al massimo entro il 2050. In questo contesto si colloca l’introduzione della CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) su proposta della Commissione per l’Ambiente. La plenaria voterà sulla risoluzione nella sessione dell’ 8-11 marzo 2021. Nel secondo trimestre del 2021 la Commissione presenterà la sua proposta.

In che cosa consiste la carbon border tax

La carbon border tax è prevista dal Green Deal europeo. Ma per ridurre le emissioni si potrebbero determinare aumenti dei prezzi del carbonio. Questo avrebbe come conseguenza il cosiddetto “carbon leakage”, cioè il trasferimento dell’inquinamento verso paesi terzi. Ma ciò sposterebbe soltanto il problema, senza risolverlo. La proposta è di fissare un prezzo del carbonio sulle importazioni da paesi con norme ambientali meno rigide. La principale novità è la variabilità del prezzo del carbonio, cioè si pone una distinzione in base all’entità dell’inquinamento prodotto. Così facendo, si creerebbe un incentivo alla decarbonizzazione per le industrie europee e non europee. Inoltre verrebbe tutelata la competitività delle imprese e i settori più inquinanti si spingerebbero verso la riduzione delle emissioni.

Le sfide da affrontare

La difficoltà principale sarà la copertura di diversi settori produttivi e la distinzione in base all’entità dell’inquinamento prodotto. Secondo la risoluzione, nel 2023 si dovrà iniziare dai settori coperti dal meccanismo di emission trading. Si tratta del settore energetico e in generale dei settori che richiedono molta energia, come quello di produzione del cemento. Questi settori rappresentano il 94% delle emissioni in Europa. Ma si prevede di estendere l’applicazione della tassa anche a settori di produzione quali quello del vetro o della carta. Si dovrà poi porre attenzione a non considerare la carbon border tax come strumento per rafforzare il protezionismo. Perciò la finalità da perseguire deve riguardare l’aspetto ambientale.

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Un percorso difficile

L’obiettivo di evitare la “carbon leakage” implica il rischio di violare le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Queste infatti prevedono la parità di trattamento tra prodotti simili e nessuna discriminazione in base alla provenienza. Si dovrebbe quindi estendere la tassa anche ai beni prodotti in UE, scatenando una serie di problemi economici e politici. Per affrontarli e per presentare una proposta valida è necessaria prima una revisione del sistema di scambio delle quote. Infatti attualmente viene fissato un limite alla quantità totale di gas serra che possono essere emessi dagli impianti. Entro tale limite, le aziende ricevono o acquistano quote di emissioni che possono scambiare tra loro. Con la CBAM invece il prezzo delle importazioni rifletterà il contenuto di carbonio. A questo si aggiunge l’impatto finanziario. Per le aziende che esportano nell’UE e che operano in industrie ad alta intensità energetica verrebbe alterato il panorama competitivo. La tassa avrebbe un impatto, anche se minore, su molti settori industriali e anche sui prodotti di consumo. Occorre perciò tenere conto di un problema economico che diventa anche un problema sociale. E questo sicuramente per gli Stati membri, ma anche per i paesi terzi su cui le decisioni europee si rifletteranno.

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