Articolo a cura di Flavio FEDERICI

“Non sprecare il cibo!” è sicuramente una delle frasi che riecheggia più nitidamente nei nostri ricordi d’infanzia. Genitori consapevoli della questione ambientale sui rifiuti che cercano di sensibilizzare i propri figli. Il problema negli anni si è consolidato, tant’è che, secondo le stime del Movimento Internazionale Slow Food, nel 2018 ammonterebbe a 50.000 tonnellate il cibo gettato via ogni giorno in Europa, di cui 4000 tonnellate in Italia. Numeri impressionanti se si pensa che, secondo la FAO, con tale cibo si potrebbero sfamare ben 200 milioni di persone.

La filiera produttiva di un alimento

A questo punto è lecito chiedersi come una tale quantità di rifiuti possa prodursi. Se analizzassimo le varie fasi della produzione di un cibo e del relativo trasporto e distribuzione fino al consumatore, scopriremmo che in ogni step vengono scartati una quantità significativa di prodotti. Nello specifico possiamo focalizzarci sulle fasi di:

  • Produzione – parte delle materie prime vengono escluse perché non conformi ad alcuni standard (spesso puramente estetici).
  • Distribuzione – l’eccessivo stock (ad esempio nei supermercati) genera una certa quantità di merce invenduta.
  • Consumo – l’acquirente compra in eccesso rispetto al proprio fabbisogno, facendo sì che il prodotto sorpassi la data di scadenza e/o deperisca.

Per arginare tali perdite, si è cercato di recuperare almeno una parte dell’energia spesa in fase di creazione del prodotto (riscaldamento/raffreddamento, trasporto), ma anche quell’energia insita nella massa stessa del rifiuto alimentare, in modo da trasformalo da scarto ad una cosiddetta “materia prima secondaria”.

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Tecnologie d’avanguardia contro lo spreco

Una via che spesso viene seguita è quella che porta all’utilizzo della parte organica dei rifiuti per la produzione di biogas (miscela composta dal 50%-70% di metano e restante parte di CO₂) in digestori anaerobici. Questi sono grandi recipienti dove, sfruttando la capacità di alcuni microrganismi (appartenenti alla famiglia dei metanigeni) si crea la miscela gassosa ricca di metano. Un’altra possibilità è stata mostrata dall’università di Bucarest, che ha pubblicato nel 2018 uno studio riguardo l’ottenimento di un residuo solido ad alta percentuale carboniosa, attraverso reazioni di pirolisi a temperature tra 500 °C e 700°C, utilizzabile come sostituto “green” del carbone.

L’ambiente paga il conto

Se facessimo un bilancio sulle emissioni di CO₂ che accompagna la produzione e la distribuzione di un prodotto e lo smaltimento dei conseguenti rifiuti, ci accorgeremmo come i quantitativi coinvolti siano tutt’altro che trascurabili. Si è stimato che, nel 2018, in Europa la generazione di rifiuti agroalimentari ed il relativo smaltimento, abbia provocato il rilascio in atmosfera di 12 Megagrammi di CO₂ equivalenti. La valorizzazione degli scarti come materie prime per la produzione di combustibili alternativi senza dubbio non azzera il rilascio in atmosfera di CO₂, in quanto ogni specie chimica che opera da combustibile nelle reazioni di combustione inevitabilmente produce anidride carbonica, ma almeno permette di sostituire l’equivalente fossile e risparmiare, nel bilancio globale, in termini di produzione di CO₂ dello smaltimento dei rifiuti.

Va sottolineato che, per raggiungere gli obiettivi ambientali europei sulle emissioni, non sono sufficienti solamente gli sforzi dal punto di vista tecnologico, ma è necessario che gli attori in gioco, dal produttore al consumatore, partecipino al processo di cambiamento in maniera attiva e responsabile.