REFERENDUM

Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto sono le regioni (precisamente i Consigli Regionali) che hanno proposto sei quesiti referendari sulla ricerca e estrazione degli idrocarburi in Italia a fine 2015. Questo avviene dopo che, nel Settembre del 2015, Possibile, il movimento fondato da Giuseppe Civati, aveva promosso otto punti simili, ma non era riuscito a raccogliere le 500mila firme necessarie per richiedere un referendum popolare. L’Abruzzo, che all’inizio aveva promosso i quesiti insieme alle altre nove regioni, si è poi ritirato dalla lista dei promotori.

Il testo dell’unico quesito rimanente che andremo a votare il 17 Aprile è il seguente:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale“?

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Quello che ci viene chiesto è: “volete che, a scadenza delle concessioni, vengano bloccati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche nel caso in cui ci sia ancora gas o petrolio?”. Bisogna votare SI se si vogliono fermare alcune delle piattaforme di estrazione degli idrocarburi o NO altrimenti.

Ma facciamo ordine.

ADESSO

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internazionale.it

In Italia ci sono piattaforme per l’estrazione di idrocarburi sulla terraferma (Basilicata, Emilia-Romagna) e in mare (Adriatico, Ionio e Mar Mediterraneo al sud della Sicilia). A meno di 12 miglia marittime dalla costa – 22,2 km – siamo ancora in Acque Territoriali Italiane, ed è in queste aree che, in caso di vittoria del SI, si bloccherà l’estrazione di combustibili fossili.

Tutti possono accedere al documento ufficiale del Ministero dello Sviluppo Economico (ossia il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse) del 31 dicembre 2015. Qui sono determinate e scritte le concessioni riguardo le ricerche e lo sfruttamento delle georisorse in Italia su terraferma, in acque territoriali italiane e oltre le stesse. Sono 90 i permessi di ricerca per la terraferma e 24 per i fondali marini. Poi ci sono 143 concessioni per coltivazioni di idrocarburi individuati a terra e 69 in mare. In realtà le vere e proprie piattaforme per l’estrazione che lavorano al momento – entro le 12 miglia dalla costa – sono 21. Bisogna, tuttavia, considerare anche i permessi di ricerca di idrocarburi e le concessioni per la coltivazione di idrocarburi (come da Bollettino prima citato). Un quadro chiaro è nell’immagine qui sotto, presa in prestito da un Dossier del Corriere della Sera di alcune settimane fa. I principali giacimenti attivi nelle acque territoriali italiane, per i quali, tra l’altro, sono allo studio nuovi potenziamenti, sono il Giacimento Guendalina (proprietà ENI) nel medio-alto adriatico, il Giacimento Gospo (proprietà Edison) davanti all’Abruzzo e il Giacimento Vega (proprietà Edison) al sud di Ragusa, Sicilia.

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SE VINCE IL NO

Nel caso sia il NO a prevalere le piattaforme prima citate continueranno a estrarre greggio fino a fine vita della riserva geologica, ed alcune di esse verranno potenziate come da programma. Tra le decine dei documenti letti, si fa molte volte riferimento al cosiddetto petrolio a km0, la produzione nazionale, infatti, vale circa il 9% dei consumi del petrolio e circa il 10% di quelli di gas naturale, dato di cui essere veramente orgogliosi. Tuttavia che vinca il SI o il NO i valori non cambieranno di molto, perché l’importanza delle piattaforme a meno di 12 miglia dalla costa è marginale rispetto a quelle off-shore, le quali saranno comunque potenziate. In Italia lavorano circa 11mila persone direttamente nelle attività estrattive, altre 21mila nell’indotto, dati 2013. Ma i dati fanno riferimento all’intero settore Oil&Gas. Supponendo che entro le 12 miglia lavorino il 10% del totale, il dato si trasforma in un 3.200 persone direttamente o indirettamente interessate dal voto, che possono facilmente essere riassorbite dalle società stesse per essere impiegate nelle piattaforme off-shore, poiché, come già ripetuto, diversi potenziamenti sono già in VIA (Valutazione di Impatto Ambientale).

Uno dei problemi principali che ha posto, tra gli altri, il verde Angelo Bonelli è che «per le ricerche di fronte alle isole Tremiti, uno dei gioielli ambientali più importanti d’Europa, ricche di biodiversità marina, era stato concesso un permesso alla Proceltic Italia srl per 5 euro e 16 centesimi al metro quadrato. Un totale di 1.928,29 euro», a cui ha rinunciato un mese fa. Quindi, in alcuni casi, non solo si è sfruttata una risorsacomprensibile – bensì si è svenduto un pezzo di territorioinammissibile – che, ad esempio, investendo in turismo potrebbe valere ben oltre i 5 euro al metro quadro.

Per corretta, o perlomeno completa, informazione QUI trovate un articolo di Piercamillo Falasca, il quale, con altri imprenditori ed esponenti della politica italiana, hanno istituito il comitato Ottimisti e Razionali. In realtà il movimento pro NO è stato fondato da Gianfranco Borghini.

SE VINCE IL SI

Nel caso vinca il SI le piattaforme in questione verranno chiuse e non potranno più estrarre dopo la fine delle loro concessioni, si parla di 5 o 10 anni nel peggiore dei casi.

Di solito non simpatizzo per ambientalisti che si lamentano dell’inquinamento, ma dal caldo della propria casa riscaldata con gas naturale (un po’ come lamentarsi del sole ad Agosto steso sulla spiaggia). Tuttavia, come prima ho nominato il comitato Ottimisti e Razionali, ora mi piacerebbe che visitasse il sito di GREENPEACE in cui si leggono 6 buoni motivi per votare SI. Molti dei punti si possono discutere, ma l’ultimo recita LE TRIVELLE NON RISOLVONO I NOSTRI PROBLEMI ENERGETICI. La dipendenza energetica dall’Estero non si potrà mai risolvere costruendo più piattaforme di estrazione di combustibili fossili, piuttosto bisognerebbe concentrarsi di più su politiche di Efficienza Energetica sia nelle industrie che nel residenziale che nel terziario; tanto si è fatto ma altrettanto, e forse più, si può ancora fare, inutile prendersi in giro. Poi ci sarebbero gli investimenti e gli incentivi in tecnologie innovative per la produzione di energia termica ed elettrica, sostenibili, o insistere verso una politica delle risorse energetiche localizzata.

Chi crede che votando SI l’Italia sarà libera dall’inquinamento e dal mercato delle estrazioni fossili, sbaglia. Chi crede che votando NO non dipenderemo dalla Russia o dai Paesi Arabi, sbaglia. In conclusione, credo che la chiusura di alcune delle piattaforme, a fine concessioni, è sì un voto “politico” ma, al contrario di quello che si pensa, è un voto per una politica ambientale, non di destra né di sinistra, bensì una politica ambientale ragionevole.

A questo punto ho un’unica domanda: Nel caso vinca il SI, quando, come e chi smantellerà le piattaforme chiuse?

TUTTO QUELLO CHE RIMANE DA SAPERE

QuandoDomenica 17 Aprile, dalle ore 7.00 alle ore 23.00. Inutile ribadire che avrebbero potuto accorpare il referendum alle elezioni amministrative di Giugno; ma l’accorpamento NON è previsto dal Decreto Legislativo #98 del 2011.

ChiPossono votare TUTTI i cittadini italiani maggiorenni, dovunque essi si trovino.

Dove – Seggio elettorale, presente sulla Tessera Elettorale, dove il cittadino votante è iscritto.

ComePresentarsi al seggio con Documento di Identità e, naturalmente, Tessera Elettorale. Se siete Italiani all’Estero potete comunque votare, se siete studenti o lavoratori Fuori Sede potete comunque votare. In Italia i referendum sono abrogativi. Di conseguenza bisogna votare SI se volete cambiare parte della legge e votare NO se invece volete che la legge rimanga tale.

PerchéPerché, checché se ne dica, votare è prima di tutto un DOVERE. E, votare su questioni pratiche, come in questo caso, significa anche partecipare alla vita sociale, avendo Noi responsabilità nel mondo in cui viviamo. Per rendere il referendum valido deve votare la metà degli aventi diritto al voto più uno, e quell’uno potresti essere Tu.