Articolo a cura di Amedeo CERIO

Sulla base di meno recenti ma chiari dati storici è possibile estrapolare dal contesto mondiale l’esperienza produttiva e di successo di due paesi europei che si sono distinti nell’utilizzo dell’energia nucleare negli anni ‘80 del secolo precedente: Svezia e Francia.

La Svezia

La Svezia rappresenta un vero e proprio “best-case scenario” per valutare una potenziale espansione nucleare futura. Facendo riferimento al database della World Bank, non solo il paese nordico rappresenta il caso della più rapida installazione di potenza “carbon-free” pro-capite finora verificatosi nella storia dell’energia, ma tra il 1960 e il 1990 con la costruzione dei nuovi impianti essa:

  1. ha doppiato il proprio PIL (Prodotto Interno Lordo);
  2. ha tagliato le emissioni di CO2 (nel 1986 erano diminuite del 75% rispetto al 1970);
  3. è riuscita, dall’entrata in funzione del primo reattore nucleare Oskarshamn-1 nel 1972, a raggiungere un’incidenza nucleare del 50% sulla produzione elettrica totale.

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Nelle voci riportate dal costo del kWh svedese sono sempre apparsi, oltre ai costi relativi alla filiera (R&D e costruzione), anche maggiorazioni corrispondenti al costo delle operazioni finali di deposito delle scorie radioattive e del “decomissioning” degli impianti. Al termine della definitiva espansione della tecnologia nucleare, quello svedese risultava essere il costo per kWh più basso al mondo, maggiore solo dei vecchi impianti idroelettrici.

Le emissioni sono state ridotte drasticamente con la chiusura dei vecchi impianti termoelettrici a combustibili fossili e sostituendo l’elettricità a qualsiasi attività di origine fossile. Dai processi industriali fino al riscaldamento degli edifici mediante pompe di calore, facendo raddoppiare i consumi elettrici totali, e aumentando l’uso dell’elettricità per il riscaldamento di 5,5 volte. Dal 1975/1976 la Svezia ha raggiunto una condizione di costante addizione della propria capacità nucleare annua, mantenuta per circa una decade.

La Francia

Per quanto concerne la Francia è sufficiente carpire alcuni dati interessanti che contraddistinguono la politica energetica transalpina, partendo da quella italiana.

Quarant’anni fa l’Italia era un paese all’avanguardia nell’uso dell’energia nucleare. Nel 2014 più del 60% dell’elettricità è prodotta da fonti fossili, quasi tutte importate dall’estero e da paesi in cui c’è instabilità politica. Il 15% dell’energia elettrica è prodotta all’estero, e una buona frazione è rappresentata proprio dall’energia nucleare francese.

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Il potenziale del nucleare per sostituire le fonti fossili combustibili è mostrato dal confronto tra i due stati. Emerge chiaramente come l’assenza di centrali nucleari in Italia richieda elevate importazioni di carbone, olio combustibile e gas, che costituiscono poco meno del 70% del mix di generazione elettrico italiano. Dall’altro lato, il quadro energetico francese è chiaro e mostra la minor dipendenza dai combustibili fossili e un sostenuto approvvigionamento di elettricità derivante dal nucleare (intorno al 75%).

E quindi?

Un sorprendente e decisamente incoraggiante studio portato avanti da PLOS ONE stima, dai dati svedesi, che il tempo minimo necessario al mondo per sostituire la quota elettrica dovuta all’utilizzo dei combustibili fossili con la potenza nucleare sia di meno di 24 anni. Secondo i dati dell’espansione (più lenta) su larga scala francese, è stato stimato un tempo di 34 anni.

Per la produzione di energia elettrica, le esperienze di Svezia e Francia dimostrano che sarebbe possibile sostituire in circa trent’anni tutte le fonti fossili attualmente in uso con la fissione nucleare. Essa dovrà essere coadiuvata, dove possibile e conveniente, con le energie rinnovabili. In particolare l’energia idroelettrica: agevolmente regolabile e accumulabile.

Queste proiezioni sono sostenute da dati storici e dall’esperienza nell’ambito tecnologico nucleare e non da false speculazioni su una tecnologia futura ignota di cui non si conoscono i costi e gli sviluppi. La produzione globale di elettricità è cresciuta negli ultimi anni in modo più veloce rispetto alla media del PIL/capita (Prodotto Interno Lordo/ persona). Vi è – quindi – una fame energetica mondiale, in particolare nei paesi in via di sviluppo, accompagnata dall’impellente necessità di ridurre le emissioni di gas climalteranti.

E tutto ciò rende necessario un pronto intervento, una nuova politica energetica che preveda la cooperazione dell’esperienza ingegneristica con la tecnologia e la volontà degli stati di un cambiamento.