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Deposito nazionale: solo un rischio o un valore aggiunto?

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No, l’immagine di copertina non rispecchia la modalità di deposito, per fortuna. È del tutto legittimo, però, essere comunque diffidenti nei confronti delle novità. Se la diffidenza e la prudenza non fossero esistite non solo l’umanità ma anche la maggior parte delle specie animali si sarebbero estinte da tempo. Condizione necessaria per il progresso, tuttavia, è la curiosità e le due cose non sono assolutamente sconnesse, anzi!

Per questo motivo ecco alcuni dei più comuni dubbi che potrebbero essere allontanati semplicemente facendosi meglio un’idea del progetto in questione.

Prima di tutto, perché è necessario un deposito nazionale?

Da troppi anni, in Italia, i rifiuti radioattivi sono stoccati in luoghi provvisori sparsi nel territorio nazionale. In molti stati europei, ormai da decine di anni, sono già operativi depositi simili a quello in progetto per l’Italia (vedi per esempio Francia, Spagna, Belgio, Slovenia, etc.). Per rispettare gli accordi politici stabiliti dall’Unione Europea (articolo 4 della Direttiva 2011/70), dunque, anche il nostro Paese deve dotarsi di un deposito definitivo per i rifiuti radioattivi.

Ok, ma perché proprio vicino a casa mia? Quali sono i criteri alla base della selezione?

Sogin, la società dello Stato italiano responsabile della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti sul territorio nazionale, ha pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), autorizzata con nulla osta ministeriale del 30/12/2020 qui consultabile.

I criteri alla base della selezione delle 67 aree, già individuati dall’ISPRA nel 2014 sono 28 e sono di natura esclusivamente tecnica. Si tratta di 15 criteri di esclusione e 13 di approfondimento (utili per consentire la valutazione delle aree individuate a seguito dell’applicazione dei criteri di esclusione).

Sono da escludere, infatti, le aree vulcaniche, quelle contrassegnate da sismicità elevata, interessate da fenomeni di fagliazione, da rischio o pericolosità geomorfologica in generale, ubicate ad altitudine maggiore di 700 m s.l.m., con pendenza elevata, ad adeguata distanza dalla costa, dai centri abitati e da autostrade e ferrovie, ma abbastanza vicine a queste ultime in modo da poter garantire connessioni comode. I luoghi scelti dovranno, inoltre, non essere caratterizzati dalla presenza di attività industriali o impianti a rischio medio-alto, di risorse del sottosuolo o di aree nazionali protette.

Come sarà fatto il deposito nazionale?

Dal punto di vista costruttivo il deposito è costituito di una serie di barriere ingegneristiche e naturali poste in serie per isolare completamente il carico radioattivo secondo i più alti standard tecnici e garantendo una vita di circa 350 anni (tempo necessario per il decadimento a valori trascurabili).

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Vi sono, in totale, tre barriere realizzate con conglomerati cementizi armati e una, finale, definita “collina multistrato” con l’obiettivo di isolare il tutto da agenti esterni. Le tre barriere sono organizzate seguendo il principio della “matrioska”:

-prima barriera: contenitori metallici con all’interno i rifiuti in forma solida condizionati in modo da garantire stabilità fisica e chimica;

-seconda barriera: moduli in calcestruzzo speciale completamente isolati che conterranno i contenitori sopra citati immobilizzati con ulteriore malta cementizia (grouting);

-terza barriera: cella in calcestruzzo speciale in cui verranno riposti i vari moduli. Ci saranno 90 celle in tutto.

Quanto costa costruirlo? E che impatto visivo avrà?

Per realizzare il deposito nazionale con annesso parco tecnologico (150 ettari complessivi: 110 per il primo, 40 per il secondo) è previsto un investimento di circa 900 milioni di euro. Il tempo di costruzione stimato è di quattro anni e si prevede che la sua entrata in esercizio avvenga entro il 2029.

L’impatto visivo sarà notevolmente mitigato dall’ultimo strato “naturale”: la collina multistrato.

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Quali rifiuti? Conterrà le scorie di armi nucleari o delle centrali nucleari estere?

No, i rifiuti per il deposito definitivo (molto bassa-bassa attività) e temporaneo con l’utilizzo di contenitori altamente schermanti detti cask (media-alta attività in un’area adibita detta CSA) sono di produzione esclusiva italiana e comprendono non solo i prodotti dello smantellamento delle installazioni nucleari ma anche quelli prodotti dalla medicina, industria e ricerca.

Un esempio più vicino a noi? I rilevatori di fumo lampeggianti presenti sul soffitto delle camere d’albergo, per esempio, contengono americio 241, elemento chimico radioattivo necessario per il funzionamento. In campo medico da ricordare la PET (tomografia a emissione di positroni), fondamentale tecnica diagnostica utile per evidenziare tumori e metastasi.

Che fattore di rischio è associato all’opera? Quali sono, se presenti, i benefici per le comunità locali?

Il rischio zero non esiste, mai, ma può essere notevolmente ridotto. Le condizioni in cui sono depositati oggi i rifiuti radioattivi in Italia presentano, però, un rischio notevolmente più alto. I rifiuti non sono monitorati con attenzione e non sono sempre localizzati in luoghi idonei (dal punto di vista geomorfologico e ambientale più in generale).

Il decreto legislativo n. 31 del 2010, riconosce al territorio che ospiterà il deposito nazionale e parco tecnologico un contributo di natura economica.

Non di rilevanza minore, infine, il parco tecnologico annesso che costituirà un centro all’avanguardia per la ricerca sul tema.

Articolo a cura di Francesco DE LEO

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