Addio al colosso dello streaming: per milioni di utenti è peggio di un incubo | Ha fatto la fine dei Blockbuster

Logo Blockbuster (Depositphotos foto) - www.energycue.it
Un lancio esplosivo, poi il tracollo: la storia assurda di una piattaforma di streaming finita come Blockbuster.
Negli ultimi anni lo streaming è diventato il regno della sperimentazione. Chiunque abbia un’idea brillante (o che sembri tale) tenta la fortuna in un mercato sempre più saturo. E mentre alcuni riescono a ritagliarsi uno spazio, molti altri si schiantano contro la dura realtà: utenti esigenti, aspettative alle stelle e concorrenza ovunque. Un campo minato, insomma.
Il bello è che certe storie partono con tutte le carte in regola: soldi, team stellare, hype a mille. Eppure, qualcosa si inceppa. Il pubblico non abbocca, le visualizzazioni non decollano e, pian piano, quel sogno si sgonfia. Una specie di illusione collettiva, durata giusto il tempo di qualche slogan ben costruito e un paio di spot costosi.
La verità è che questo settore non perdona. Cambia alla velocità della luce e ti costringe a rincorrere i gusti degli utenti, le mode, le piattaforme, perfino i formati. E se sbagli anche solo di poco — che ne so, una strategia di lancio, il target sbagliato, una feature che manca — rischi di sparire. Letteralmente.
Certo, a posteriori è facile fare le analisi. Ma quando ci si trova nel mezzo del ciclone, tutto sembra funzionare. Anzi, pare pure geniale. E invece no. Qualcuno ce l’ha messa tutta, ci ha creduto fino all’ultimo… e ha visto tutto sfumare all’improvviso.
Fine di un sogno da 1,8 miliardi
200 dipendenti licenziati in un colpo, una lettera di commiato dai fondatori, e il tentativo (fallito) di vendere la piattaforma in blocco. Alla fine, si sono limitati a mettere in vendita gli show originali, cercando di recuperare almeno una parte di quel patrimonio evaporato.
Questo è diventato uno dei fallimenti più rapidi e costosi della Silicon Valley. Un mix letale di tempismo sbagliato, scelte discutibili (tipo l’assenza iniziale sulle smart TV) e contenuti che non hanno fatto centro. Forse l’idea non era poi così male, ma in un’arena affollata come quella dello streaming, anche una minima esitazione può costarti tutto.

Una grande idea, forse nel momento sbagliato
Quibi era il classico progetto che, almeno sulla carta, prometteva faville. Due fondatori dal curriculum da standing ovation — Jeffrey Katzenberg e Meg Whitman —, un’idea originale (video brevi per chi è sempre in giro, tipo in metro, o in pausa caffè), e quasi due miliardi di dollari di finanziamenti. Sembrava impossibile che andasse male.
Lanciata ad aprile 2020, nel bel mezzo di una pandemia globale, Quibi si presentava come la nuova frontiera dello storytelling mobile. Ma tra lockdown, abitudini cambiate e una marea di alternative più consolidate, non è mai riuscita a prendere davvero piede. La gente scaricava l’app, sì, ma pochi si abbonavano. Il tasso di conversione? Appena l’8%, forse meno. E quei contenuti super prodotti — sì, anche uno firmato Spielberg — non hanno lasciato il segno. Nulla di virale, nulla che creasse affezione: e dopo sei mesi era tutto finito.